Terra sonnambula

Terra sonnambula
di Mia Couto – Sellerio editore
Traduzione di Vincenzo Barca

Cosa resta di un Paese quando la violenza di un conflitto armato fratricida durato quindici anni ha distrutto non solo tutto ciò che era visibile e materiale, ma anche il mondo dei sogni e del trascendente? Come si possono cancellare le immagini di morte e violenza impresse negli occhi dei pochi sopravvissuti che vagano come sonnambuli su strade distrutte “in un rassegnato apprendistato di morte”? Da dove ripartire quando ci si è dimenticati di tutti e di tutto, anche del motivo per cui ci si sparava addosso?

Sono questi gli interrogativi a cui sembra voler dare risposta lo scrittore mozambicano Mia Couto in Terra sonnambula, il suo primo romanzo scritto nel 1992 al termine di una devastante guerra civile scoppiata immediatamente dopo il conflitto con il Portogallo per l’indipendenza (1964-1975).

La trama

Nonostante queste premesse, come racconta l’autore nella breve nota introduttiva, questo non è tanto un romanzo sulla guerra, quanto una storia che ci racconta un viaggio. Un viaggio fatto da coloro che sono sopravvissuti agli orrori del conflitto e che cercano di approdare su un’altra sponda dove sia possibile tornare a vivere e, soprattutto, a sognare.

I primi due protagonisti di questa erranza li incontriamo mentre camminano su una “strada uccisa dalla guerra”. Sono un vecchio e un ragazzo: Thuair e Muidinga.  Sono fuggiti da un campo profughi, sono scalzi e i vestiti hanno lo stesso colore della strada. Camminano fino a quando incontrano un autobus completamente bruciato. All’interno corpi di uomini, donne e bambini carbonizzati. In una valigia appartenente a uno dei ragazzi uccisi Muidinga troverà dei quaderni e lui che è in grado di leggere inizierà a raccontare la storia di Kindzu.

«Voglio mettere i tempi nel loro ordine più fedele, secondo le attese e le sofferenze. Ma i ricordi disobbediscono, tra la voglia di essere niente e il piacere di rubarmi il presente. Accendo la storia, spengo me stesso. Alla fine di questo scritto sarò di nuovo un’ombra senza voce».

Nei quaderni Kindzu racconta come sia stato mandato via dalla madre, che dopo aver perso tutti gli altri figli non voleva restare con quello che amava di meno. Così il ragazzo parte da solo, deciso a unirsi ai guerrieri Naparamas, che combattono per il paese.

Mia Couto costruisce così le storie di Muidinga, Tuahir e Kindzu: i loro percorsi si avvicinano e si incrociano mentre attraversano i luoghi segnati dalla distruzione e dalla disperazione della guerra.

La lingua inventata

La lingua di Terra sonnambula è uno dei tratti più sorprendenti del romanzo: Mia Couto prende il portoghese e lo reinventa, trasformandolo in uno strumento capace di raccontare un paese ferito senza rinunciare alla poesia. Neologismi, immagini e ritmi dell’oralità africana costruiscono una voce che sembra nascere direttamente dalla terra bruciata dalla guerra. La sensazione che si ha leggendo questo libro è che l’autore prenda il portoghese e lo impasti, lo modelli come fosse creta nelle sue mani dando vita a una nuova lingua. Una nuova lingua per raccontare il dolore con parole nuove, ma soprattutto come atto di resistenza e di rinascita andando a trasformare quella che per molti secoli è stata la lingua dei colonizzatori.

Il contesto storico

Dal 1965 al 1975 si combatté una guerra anticoloniale contro il dominio portoghese e per l’indipendenza del paese. Dopo la conquista della libertà dal Portogallo, nel 1975, il Mozambico precipitò in una guerra civile, con lotte interne per il potere tra i partiti Renamo (Resistência Nacional Moçambicana) e Frelimo (Frente de Libertação de Moçambique). Tali conflitti si protrassero dal 1976 al 1992, causando migliaia di vittime e devastando il paese.

Perchè leggerlo

Terra sonnambula è un libro meraviglioso con il quale Mia Couto eleva un inno alla sua terra martoriata dalla follia della guerra e i cui abitanti, ancora oggi, vagano come sonnambuli alla ricerca di quella sponda dove approdare per tornare a sognare.